Fast fashion conseguenze
admin Nessun commento

Fast Fashion (moda veloce): non potrebbe esservi nome più adatto al fenomeno che da circa vent’anni a questa parte sta trasformando radicalmente il mondo della moda. Da una visione ancora prettamente artigianale, in cui la qualità del prodotto la faceva da padrone, si è passati ad una filosofia che privilegia esclusivamente l’interesse aziendale di enormi multinazionali, che producono a ritmi forsennati capi che ci si aspetta durino non più di qualche mese. Da 2 stagioni all’anno si è passati a produrne 52, con una deflazione del prodotto che ha fatto diminuire sì i prezzi, ma non i costi.

Com’è possibile continuare a produrre a prezzi simili, e con spese rilevanti? L’unica alternativa per i produttori, per evitare la chiusura, è ridurre i margini dell’unico punto flessibile (e fragile) della filiera: il lavoratore. Ecco allora che la maglietta all’ultima moda esposta in un negozio di una grande catena di abbigliamento, e destinata a venire sostituita nell’arco di qualche giorno, porta con sé un retaggio di sfruttamento, bassi salari, rischi per la salute e la sicurezza.
La produzione è stata globalizzata ed esportata nei paesi in via di sviluppo, bacino ottimale per chi cerca lavoratori a basso costo disposti a lavorare in condizioni disumane pur di poter continuare a vivere: per fare alcuni nomi, Cina, Bangladesh, Cambogia, India. L’argomento è saltato agli occhi dell’opinione pubblica mondiale dopo la tragedia del Rana Plaza a Dhaka, Bangladesh, quando 1129 persone morirono sotto le macerie di un edificio di otto piani, con la sola colpa di essersi recate al lavoro quel giorno e di essersi attenute al divieto di uscire dalla palazzina nonostante le crepe e le numerose segnalazioni fatte fino a quel maledetto giorno.

Si è trattato di un’enorme tragedia nella storia della moda, ed ha costituito l’incipit di una serie di inchieste e domande su quale fosse il reale costo di un’industria che mobilita quasi 3 triliardi di dollari l’anno. Introiti enormi, che gravano sulle spalle di lavoratori sfruttati fino allo stremo: per le multinazionali della moda invece non si pone alcun problema, in quanto essendo al vertice della filiera possono permettersi tranquillamente di spostare la produzione altrove nel caso in cui le pretese di un lavoro “umano” si facessero troppo pressanti. Le “fabbriche sfruttatrici” sono a tutt’oggi ritenute accettabili, e di fatto accettate, perché si pensa creino posti di lavoro a persone senza alternative.

Nella realtà dei fatti queste persone, per la maggior parte donne, (quindi maggiormente esposte al rischio di soprusi) sono i lavoratori tessili meno pagati al mondo (specialmente in Bangladesh) senza avere nemmeno un sindacato forte disposto ad ergersi a difesa dei loro minimi diritti.
E non solo: tale sistema è riuscito a mettere in crisi anche i grandi marchi del prêt-à-porter. Gli stilisti di case anche importanti si trovano a dover produrre a ritmi serrati per cercare di tenere il ritmo dei marchi low cost della fast fashion.

Perché dunque continuiamo a rivolgerci a questo mercato?
Le motivazioni sono tante: c’è ancora chi non sa nulla riguardo a ciò che sta dietro ad un paio di jeans acquistati a poche decine di euro, oppure chi lo sa non se ne cura più di tanto (come si dice, “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”). Ancora, queste aziende sono abilissime nel marketing, con le loro promozioni quasi quotidiane (prendi 2, paghi 1, ad esempio) o il modo con il quale riescono a “vendersi” come imprese attente all’ambiente (il cosiddetto “green washing”, una maschera di finta sostenibilità indossata per nascondere ciò che sta veramente dietro le modalità di produzione). I pubblicitari di queste aziende stanno cercando (con successo) di collegare il consumo di beni materiali alla felicità: la convinzione più diffusa è che oggi sia importante possedere sempre tantissimi capi, sempre diversi, sempre in linea con un gusto ed una tendenza che variano a velocità incredibili.

In realtà è stato dimostrato come l’attenzione agli aspetti esteriori e materiali porti ad essere più depressi ed ansiosi. C’è poi chi si trincera dietro la credenza che poi tanto gli abiti inutilizzati andranno in beneficenza: in realtà soltanto il 10% dei vestiti che doniamo viene davvero venduto in negozi locali. Il resto viene mandato nei paesi in via di sviluppo, soppiantando i prodotti più costosi delle industrie locali di abbigliamento fino a farle sparire.

Sarebbe poi impossibile ignorare il contributo che l’industria della moda ha nel causare un elevato stress al mondo naturale: per produrre abbiamo sfruttato all’eccesso le sue risorse, superandone i limiti. Un report delle Nazioni Unite ha segnalato come a questo sistema di produzione siano imputabili il 20% dello spreco globale di acqua, il 10% delle emissioni di anidride carbonica e una produzione di gas serra superiore a tutti gli spostamenti navali ed aerei. L’85% dei vestiti prodotti finisce in discarica, dove impiegherà tempi lunghissimi prima di venire degradato, e soltanto l’1% viene riciclato. La coltivazione del cotone, materia prima per eccellenza di questa filiera, è responsabile per il 24% dell’uso di insetticidi e per l’11% dell’uso di pesticidi.

Oggi sulla Terra l’industria della moda è la seconda più inquinante in assoluto, piazzandosi soltanto dopo quella del petrolio.
Vale davvero la pena di acquistare prodotti a poco prezzo, di qualità scadente, ma con un costo così alto in termini di diritti umani, etica e impatto sull’ambiente?

Per maggiori informazioni consigliamo la visione del documentario “The True Cost” disponibile ad oggi anche su Netflix